Sognando l’arte e i colori con Andrea Cardia: “Sono la resistenza”.

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È un periodo strano, il nostro, dove essere un artista (anche se questa parola ad Andrea non piace) significa trovare un modo efficace per vendersi.

È il periodo delle mostre a pagamento, delle pubblicazioni a pagamento, delle etichette che devi pagare.

È il periodo in cui piacere ai “mi piace” è più importante di mostrare la verità.

<<Sono la resistenza. Non pago per le mostre dei miei quadri e non voglio perdere più tempo a fare lavori che non siano in linea con quello che sono. E, sinceramente, non sono interessato a piacere alla gente.>>

Così Andrea Cardia esordisce nella nostra chiacchierata (perché di essere intervistato non ne voleva sapere) al mare, nella sua casa piena di smalti, di calce, di truciolati, di poltiglia, di malta, di olio, di cemento. Di tutti quei materiali che danno colore e spessore ai suoi quadri, che si induriscono sulla superficie delle tele. Che sanno di polvere, quella che ti entra nelle narici e che non te la levi più dai vestiti. Tele che, per la maggior parte, non compra nei negozi ma che costruisce da solo, ricavandole da quegli <<oggetti che già hanno una storia>> scoperti per caso tra i resti delle barche o le pareti di un ufficio abbandonato.

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<<Mi sono conformato anche io, in passato. Ho lavorato come precario per vent’anni. Era una goccia, quella che mi davano, una goccia che mi dava da vivere. Ma poi sono stato fortunato, la pittura mi ha detto: “Aò, ma che stai a fa’?” Così mi sono provato questo vestito, quello del pittore, dello scultore, dell’essere umano al quale piace lavorare con le mani. E ho scoperto che mi calza a pennello. Perché ogni giorno faccio quello che sono. Perché con queste mani io ci campo anche se quella goccia non ce l’ho più. La vera differenza tra un artista e un presunto tale è solo nel quotidiano. La vita di un artista è nei fatti.>>

<<Cambieresti qualcosa del tuo passato?>>

Ride e non risponde.

<<Cosa consigli ai nuovi pittori di domani?>>

Ride e non risponde.

<<Spiegaci uno dei tuoi quadri.>>

Ride e non risponde.

E allora lo lascio parlare della sua storia, perché un pittore ha sempre una storia da raccontare. Storia che riesco a tirargli fuori con le tenaglie conficcate in gola mentre dipinge i girasoli sulle rovine di un muro di fronte al mare.

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<<Mio padre lavorava come carrozziere. Mi piaceva come muoveva le mani quando stuccava le macchine, l’amore per i materiali me l’ha lasciato lui. E poi ho iniziato a usare anche materiali poveri, quelli che la gente butterebbe via: cartone, legno, pezzi di qualsiasi cosa. Ogni materiale ha una storia da raccontare, un volto, un paesaggio, una forma. Uso le mani per aiutarli a venire fuori ma anche i piedi, a volte, tutto quello che serve. Non dipingo solo con i pennelli, mi aiuto con le spatole, il martello, le pinze. Uso anche il fuoco sulla plastica, il legno, il metallo. Disegno sui libri. A volte mi sembra che me lo chiedano loro, di venir fuori. A volte sono volti di persone che conoscerò. A volte sono racconti. Ma poi ognuno ci vede un po’ di sé. Non ho mai capito il perché ma qualcuno, nei miei quadri, ci vede la sua vita.>>

<<Perché dipingi?>>

<<Non mi ricordo. Non posso fare altrimenti. È andata così. Poi ti si aprono delle porte, a volte, delle porte su qualcosa che non è qui, è altrove. C’è gente che medita, io medito con la pittura. Però, alla fine, quello che ho fatto, quello che posso sentire sotto queste mani, ecco, quello è tutto ciò che sono, ciò che conta. Chi vuole sapere perché dipingo mi venisse a cercare a casa, dove ho tutti i miei quadri.>>

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A casa, in quella casa che sa di tante vite svelate dai colori, Andrea mi mostra ogni tela con una forte religiosità. Prepara il quadro e lo attacca al muro. E si resta in silenzio: non dice nulla, lo guarda e basta, come di fronte a un amore che non vedi da vent’anni e non sai che dire. Solo di fronte a un dipinto, che poi gli avrei rubato, si avvicina con un sorriso amaro e indica un mostro blu con un occhio squarciato che guarda verso il basso, come se tutto il peso del mondo gli fosse stato piazzato sulle spalle dalla nascita. Rassegnato ed emarginato nella sua condizione di mostro, emarginato, solo e indifeso. E allora, di fronte a una figura tanto triste e raccapricciante mi confessa:

<<E tu vorresti dirmi che c’è davvero qualcuno, a questo mondo, che almeno una volta nella vita non si è mai sentito così?>>

Da una parte il dolore, dall’altra la speranza: in alcune tele Andrea mostra che quella punta di apertura verso una connessione superiore ancora non abbandona il suo cammino. E regala sorrisi e occhiate serene, per quanto le onde continuino a essere in tempesta e gli alberi siano spezzati dal vento.

E poi c’è il progetto del Muro del Pigneto, il muro che Andrea sta curando ormai da quattro anni.

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<<Ci passavo ogni giorno. Sessanta metri di muro grigio, dove i cani pisciavano. È stato un calvario ottenere i permessi, rinnovarli quest’anno e farsi accettare dal quartiere. Ma ora quando mi vedono lavorare mi ringraziano. C’ho disegnato la storia del Pigneto con i miei Ominidi, la parte giocosa di me, quella che esce fuori di meno. Un muro è quasi finito, lo sto ripulendo dagli schizzi dei vandali. Pensa che gli avevo lasciato degli spazi dove condividere la loro arte ma li hanno ignorati. L’altro muro, invece, comincerà a breve. Mi aiuteranno i bambini della scuola materna, vorrei che lasciassero un segno anche loro. È un progetto importante per me, è quel messaggio che vorrei lasciare. Più una parete è grigia, più è grande e più spazio c’è per i colori e le storie.>>

Il Professor Sergio Rossi ha detto di Cardia: <<Nella mia opinione, Andrea Cardia è a oggi giorno uno tra i più visionari, creativi e potente giovani artisti italiani.>>

Sito ufficiale Andrea Cardia
Pagina facebook Andrea Cardia
Pagina youtube Andrea Cardia

 

 

 

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