Il racconto del giorno: L’ULTIMA SPERANZA DEL FUTURO.

5_post-apocalisse-480x384Una nuova giornata di lavoro mi attende.

Intravedo dalla telecamera esterna che la coltre nera è ancora lì.

A quest’ora inizia docilmente a rarefarsi.

Ma non oggi.

Oggi continua a soffocare le strade deserte della città.

Ecco. Urla. Urla sgraziate di dolore. E quel gemito.

Un altro essere umano ha scelto di uscire fuori dal suo rifugio.

Ed è morto.

Sono un codardo. Non ho il coraggio di emularlo.

Siamo diventati topi di fogna che vivono in case blindate, sottoterra.

Le telecamere che riprendono l’accasciarsi del nostro pianeta su se stesso o qualche suicidio disperato di chi non riesce a sopportare più questa vita, restano il nostro unico contatto con il mondo esterno.


Sono un privilegiato, faccio uno dei pochi lavori rimasti su questo pianeta: lo spazzino.

Il mio compito consiste nell’aspirare i gas tossici dall’aria e consegnarli al Dipartimento scientifico per le ricerche.

In questo modo, quando il sole è nel punto più alto del cielo, dopo che ho aspirato qua e là il manto nero, gli abitanti sotterranei di questa Terra possono guardare, dalle telecamere esterne, qualche frammento di mondo.

La luce dura solo per qualche ora, qualche ora di speranza.


DSCF2669Non mi pagano, ovviamente. Il denaro non vale niente quando non puoi spenderlo. Quando i negozi sono chiusi. Quando le piante non crescono. Quando tutti gli animali che hanno respirato quest’aria sono morti.

Ma grazie al mio lavoro posso uscire di casa dentro lo Scudo, macchina sferica che funziona come una bicicletta, che mi ha fornito il Governo del Mondo: ogni essere umano che lavora come me ne ha una e deve sigillarla giornalmente dall’interno per evitare che i gas tossici entrino nell’abitacolo.

Si lavora per solidarietà reciproca. Da soli non potremmo andare avanti.

Per quanto questo andare avanti sia mortificante.

Si lavora per guadagnare qualche scatoletta in più di cibo sintetico, unica fonte di sostentamento rimasta e principale fonte di malattia per i superstiti.

E, soprattutto, si lavora per non impazzire come gli altri, gli esseri umani che sono costretti a vivere di nulla, a vivere di tempo, pensando e ripensando alla loro sorte, inermi. Il lavoro, al contrario, ruba ai miei tormenti nove ore al giorno.


Quando, nel ventunesimo secolo, alcuni scienziati hanno tentato di proporre le loro avveniristiche teorie sulla fine del mondo in qualche rete televisiva poco seguita, nessuno ha mai parlato del fatto che prima della fine del mondo ci sarebbe stato un periodo peggiore alla fine del mondo.

Io vivo in quel periodo e tento disperatamente di capire se sia il caso di combattere per il resto della mia vita. O no.

E per “il resto della mia vita” mi riferisco all’età media a cui un essere umano del nostro tempo può aspirare: trent’anni.

wp_20150924_09_32_09_proAlcuni scienziati hanno tentato di migliorare la nostra condizione: nel giro di due anni, dopo che l’allargamento improvviso del buco nell’ozono ha causato le sue prime migliaia di vittime e il riscaldamento globale ha sommerso i tre quarti delle terre emerse, il tentativo disperato di creare energia dalle ultime fonti rimaste sul nostro pianeta ha danneggiato così profondamente l’atmosfera terrestre che l’aria, adesso, ha il colore del ferro e la consistenza della plastica sciolta. Grumi mollicci e nerastri scivolano nell’aria, congiungendosi e respingendosi come bolle di sapone.

I gas cancerogeni si moltiplicano sopra le nostre teste. E proliferano grazie all’aumento della temperatura.

Le tecniche di sopravvivenza, unite al tentativo di clonazione della maggior parte delle specie animali commestibili, hanno generato epidemie mostruose.

I pochi cloni “sani” di animali rimasti in vita sono in continua osservazione: stanno provando a farli riprodurre naturalmente per garantirci un minimo di sostentamento. Ma ogni feto che viene fecondato svela solo alla nascita le sue raccapriccianti malformazioni.


Il Governo del Mondo e il Dipartimento scientifico gestiscono la nostra sopravvivenza. Ciò vuol dire che, oltre il cibo sintetico, somministrano a tutta la popolazione l’energia elettrica indispensabile per far funzionare il depuratore d’aria, i servizi igienici, le telecamere esterne e i computers, unico mezzo di comunicazione rimasto tra noi superstiti.

L’energia indispensabile a fare tutto questo nasce dalla combustione di milioni di animali clonati che nascono malati. Non abbiamo nient’altro.

Ci hanno permesso di vivere così, o meglio, ci hanno permesso di vivere seppur questo non sia “vivere”.


2adf83dd47eff8c7d324d2f93520cb3aSiamo diventati bianchi. Tutti bianchi. Senza sole siamo bianchi.

I nostri capelli sono bianchi. I nostri peli sono bianchi. La nostra lingua è bianca. E le iridi degli occhi sono bianche. Tranne le mie e quelle di pochi altri spazzini. Ma ciò a cui non riesco ancora ad abituarmi, è la pelle. Bianca. E sottile. Come una pellicola che a tratti si decolora. E diventa trasparente. E te li puoi contare così, gli anni di ferrosa esistenza che hai ancora appresso. Perché quando quei buchi di vernice sui tuoi tessuti si fanno più frequenti, vuol dire che stai per lasciare questo mondo. Quando puoi contarti le vene sull’avambraccio, che ti pompano impazzite, vuol dire che sei quasi andato.


Ricordo a stento la sensazione del contatto con la pelle di un altro essere umano, il calore dell’abbraccio di un amico, il profumo del caffè caldo al mattino.

Ricordo con nostalgia la tavola imbandita a Natale, le luci colorate di Piazza Navona durante l’Epifania, le pareti della mia stanza illuminate dalla luna quando, ancora giovane, amavo lasciare aperte le finestre durante la notte.

Mi manca il mare e l’odore di Fiumicino all’alba, odore di silenzio, odore di pesce fresco sulle barche ormeggiate al porto.

Mi manca la pizza al taglio a Piazza Giovenale, i cornetti caldi dello Zozzone, le risate delle giovani coppiette mano per mano a Trastevere.

Mi manca lo scorrere lento e maestoso del Tevere sotto Ponte Milvio, il rombo della mia Ducati sulla Trionfale, la sensazione di quiete delle stradine del Centro.


Mi manca lei, tanto da impazzire, lei di cui ricordo a stento il dolce viso, i capelli lunghi al vento e quelle fossette delicate quando i suoi occhi ridevano con i miei. Mi resta di lei solo una breve mail di addio; il nostro amore non è stato abbastanza forte da costringerla a vivere.


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La notte, durante le tempeste acide, navigo su internet e cerco di addormentarmi davanti ai filmati che gli esseri umani hanno pubblicato tanto tempo fa, che mostrano le immagini del nostro pianeta quando ancora aveva molto da offrire.

Mi capita, a volte, di riuscire a sognare me stesso all’aria aperta, su una spiaggia rovente, su una montagna innevata, o nell’acqua salata a surfare sulle onde dell’oceano atlantico.

La mia mente, davanti a quelle brevi riprese distratte del mondo, confusa dalla memoria, anestetizza la realtà: così, per pochi attimi, credo realmente di essere tornato a godere della luce del sole e della brezza leggera del vento capitolino.

Solo al risveglio vengo catapultato nuovamente nell’incubo di questa vita, circondato dalle pareti di stagno nero del mio rifugio, nauseato dall’odore di disinfettante dei depuratori, illuminato dalla povera luce di una torcia minuscola, che mi difende dalla mobilia arrugginita della mia tana. Estenuato nel sentire l’umidità del sotto terra entrarmi nelle ossa.

Viviamo nel buio.


Questo è tutto. In poche righe ho riassunto la mia vita su questo pianeta, senza tralasciare nulla, come loro mi hanno chiesto. Non so se l’esperimento che il Governo del Mondo sta portando avanti funzionerà o rappresenterà un altro buco nell’acqua.

Ma dicono di aver scoperto il modo per far viaggiare, indietro nel tempo, brevi messaggi per via telematica. Il mio messaggio sarà il prossimo a partire.

Chissà se gli esseri umani del ventunesimo secolo saranno in grado di comprendere il peso dell’incontrovertibilità.

Chissà se saranno in grado di intervenire.

Chissà se saranno in grado di credermi.

Chissà se sarò stato in grado di toccare i loro cuori.

Tuttavia, dicono che questa rappresenti l’unica speranza per il futuro: avvertire il passato.

 Roma, 25 Gennaio 2014.

Marxis Omintero, direzione speciale 50, quartiere 6 Q.


Il presente racconto si è classificato secondo al Concorso letterario “Codex Purpureus”, sezione “La fine del mondo: divagazioni sul tema”, XI edizione, anno 2012.

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