Il Giovane Favoloso

ATTENZIONE: SPOILER come se piovesse.

ATTENZIONE: L’autrice ammette di esser un pochino indispettita ma solo perché si aspettava molto da questo film. Ergo, scusate se vi apparirò un pochino esagerata.


A prescindere dalla bravura indiscussa di attori come Elio Germano, che conferma la sua duttilità e capacità espressiva anche in una sceneggiatura, come questa, molto difficile e ambiziosa, purtroppo il “Giovane Favoloso” rappresenta una biografia didascalica del peggior manualetto su Leopardi che potete tranquillamente trovare in una delle bancarelle dell’usato a Piazza della Repubblica. Costano sui 2/3 euro, vi leggete le due paginette dismesse, della serie: “Nasce, madre e padre stronzi, studia tantissimo, c’ha la gobba, muore” e avrete visto il film.

Perché tanta rabbia? In primo luogo perché uno dei poeti, filosofi e scrittori più conosciuti del mondo viene storpiato in modo così esagerato da lasciare di se stesso, alla fine della pellicola, solo una profonda sensazione di pietà.

E non è pietà che doveva far scaturire questo film ma ammirazione, invidia, profondo orgoglio per esser nati in un paese del cazzo ma con esempi di cotanta maestà. E invece no.

Malgrado di voci, su Leopardi, se ne sentano a iosa tra i circoli di intellettuali (da ultimo i commenti sulle sue avventure amorose che avrebbe vissuto con fervida intensità una volta uscito da Recanati), il film riproduce fedelmente ciò che si legge tra i banchi di scuola, quasi a fare il verso alle battute degli studenti che per ricordare il pessimismo cosmico dell’immenso Leopardi lo giustificano sulla base della sua innegabile sfiga.

Nel film, inoltre, si schivano gli argomenti più importanti che hanno caratterizzato la vita di Leopardi, quali la teoria del piacere, la fugacità della giovinezza, la continua battaglia tra genialità e stoltezza, quasi che quest’ultima sia la chiave per una permanente felicità, la precarietà della felicità stessa per colui che si interroga sulla vita e sulla sua caducità, il paradosso della vecchiaia; si dimentica “A Silvia”, “Il passero solitario”, “A se stesso”, “Il sabato del villaggio”, “La quiete dopo la tempesta”, il “canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, senza considerare l’infinità di materiale dal quale attingere dallo Zibaldone di pensieri e di tutte le lettere e opere che nel film non sono neanche nominate.


NoteVerticali.it_Il-giovane-favoloso_4Si sarebbe potuto celebrare, si sarebbe potuto anche infangare ma l’unica cosa che non ci si aspettava che si facesse era quella di ridicolizzarlo.

E così la pellicola di Martone appare la messa in scena della risposta all’enigma più banale intorno alla figura di un grande pensatore: perché Leopardi era un pessimista?

Semplice: perché era malato.


Attraverso questa scelta si impone una sorta di censura moderna sul pensiero leopardiano: nessun uomo sano e coscienzioso direbbe che la vita è sofferenza, inutilità e agonia. Ce lo dice giusto un Leopardi, dalla condizioni evidentemente fuori dal normale.

Non ho apprezzato, inoltre, malgrado l’impegno profondissimo di Elio Germano, l’ulteriore stratagemma di far recitare proprio al protagonista, così, a braccio, quasi come se li stesse inventando sul momento, tre dei canti più toccanti della storia della letteratura. Malgrado l’impegno, ripeto, di un attore straordinario è assurdo pensare che l’Infinito sia nato di getto, alla buona. Io stessa conservo una stampa che riproduce il foglio originale dove Leopardi scrisse l’Infinito, con tanto di cancellature e sostituzioni di parole o intere frasi. Dice bene chi ha paragonato la scena a quella di una sorta di battaglia tra rapper, alla Spit di Mtv. E devo ammettere, che soprattutto nel canticchiare “La sera del dì di festa”, quando il Germano si alza dalla sedia e si sporge dalla finestra, per un attimo ho avuto paura che sbucasse fuori Marracash e lo invitasse a “salire sul ring” per scoprire “il nuovo King”.

Belli i costumi, belle le scenografie, bella l’atmosfera: ma del vero Leopardi, in questo film, non v’è traccia.

(E non oso commentare la scena del bordello perché preferisco far finta di non averla vista).


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