Il tema del giorno: DAL DOLORE ALLA BELLEZZA.

La vita non è sempre una storia a lieto fine. E le nostre esperienze non sono tutte desiderabili. Alcune di esse stagneranno in bocca con quell’inconfondibile sapore aspro, disgustoso e indimenticabile del cibo andato a male. La differenza tra chi deciderà di sputare veleno per il resto dei suoi giorni, al ricordo di quei bocconi amari di esistenza, e chi camufferà quel sapore con nuove gustose pietanze, risiede nel modo di vivere che si sceglie, consapevolmente, di abbracciare. Nel carattere. Nel coraggio di rischiare ancora.

Siete pronti a combattere per tornare a vivere?

Appare paradossale, su tale argomento, riscontrare che le più toccanti opere artistiche siano state generate proprio dagli animi più turbolenti e sofferenti della storia. Gli artisti più disperati, quelli che la vita ha destinato ad atroci sofferenze in cambio di qualche straccio di respiro, hanno avuto il coraggio e la determinazione di non abbandonarsi al dolore, di non farsi sovrastare dallo stesso, ma di usarlo, indirizzarlo, maneggiarlo e convertirlo in bellezza.


IL FILM DEL GIORNO: FRIDA.

Il film del giorno, in questo caso, non poteva che essere FRIDA, di Julie Taymor, pellicola che racconta in modo sorprendentemente fedele le atroci sofferenze fisiche e amorose di una delle più grandi pittrici che la storia ha avuto l’onore di incontrare. Per coloro che non conoscessero la storia di questa straordinaria anima tormentata, ho scritto un articolo sul quotidiano online Cinquew.it, intitolato “Frida: straziante poesia su tela“, che potete leggere al seguente link: http://cinquewnews.blogspot.it/2014/05/la-donna-che-amo-e-frida-kahlo-firmato.html

ImmagineLa scena del film che ho scelto, invece, è una delle più toccanti e riguarda la momentanea separazione di Frida dal marito, l’uomo che caratterizzò non solo la sua vita ma anche la sua più profonda ispirazione: Diego Rivera. Sorpresa la relazione tra Diego e sua sorella, Frida decide che è tempo di lasciarlo e ricominciare a vivere. Ma il dolore la lacera dentro, come un coltello, regalandole una tormentata convivenza con se stessa e le sue lacrime. Si taglia i capelli che Diego tanto amava, indossa costumi da uomo gettando via le sue tipiche gonne messicane e dipinge, con rabbia, la sua pena. Frida, dal dolore, un nuovo e ingiustificato dolore che la vita le vomita addosso, ricava bellezza. Ricava arte. Ricava la voglia di continuare a lottare.

Clicca sulla foto dell’autoritratto di Frida per guardare la scena che ho scelto per te.


LA CANZONE DEL GIORNO: TEARS IN HEAVEN, di Eric Clapton.

<<Saprai il mio nome se ci vedremo in Paradiso?
Sarà lo stesso se ci vedremo in Paradiso?
Devo essere forte e andare avanti
Perchè lo so che non è il mio posto il Paradiso

Mi terrai la mano se ci vedremo in Paradiso?
Mi aiuterai a stare in piedi se ci vedremo in Paradiso?
Troverò la strada attraverso notte e dì
Perchè lo so che non posso restare qui in Paradiso

Il tempo può abbatterti; il tempo può piegarti le ginocchia;
Il tempo può spezzarti il cuore, e farti implorare pietà
implorare pietà

Oltre la porta c’è pace, ne sono certo,
e lo so che non ci saranno più lacrime in Paradiso

Saprai il mio nome se ci vedremo in Paradiso?
Sarà lo stesso se ci vedremo in Paradiso?
Devo essere forte e andare avanti
Perchè lo so che non è il mio posto il Paradiso
Perchè lo so che non è il mio posto il Paradiso.>>

Le parole di un padre al figlio che, a quattro anni, è morto in circostanze tragiche. Conor, avuto dalla relazione con Lory Del Santo, cade giù da una finestra lasciata aperta dalla domestica dal 53° piano di un grattacielo di New York. Da quella tragedia Eric compone “Lacrime in Paradiso“, che decide di accompagnare a una musica delicata, dolce, rassegnata all’unica speranza che resta al cuore di un padre: incontrare suo figlio in Paradiso. Non c’è rabbia, nelle sue parole, non c’è furia nelle sue note. C’è solo un dolore profondissimo e soffocante che si trasforma in pace e speranza. Che si traforma in musica e bellezza. Da quel momento, il chitarrista che la rivista Rolling Stone’s considera tra i migliori di tutti i tempi, dà una svolta anche alla sua carriera, ritornando al Blues.

ImmagineHo scelto questa foto perché è il sorriso di Eric che voglio ricordare: il dolore è una sensazione che spezza l’animo di qualsiasi essere umano. Ma può essere anche fonte di ispirazione sia di tipo artistico che esistenziale. L’importante è abbracciarlo, farlo proprio, e non lasciarsi sopraffare dallo stesso.

Grazie a questa canzone, Eric regala a tutti noi una grande pace interiore. Ognuno, infatti, in questa vita porta avanti qualcosa di irrisolto e doloroso. Ma la sopravvivenza diventa più importante rispetto a qualsiasi altra crociata. E allora, con coraggio e consapevolezza cerchiamo di sopravvivere, nella speranza di rivederci in un posto migliore, dove tutte le nostre sofferenze saranno meno difficili da affrontare.

Clicca sulla foto per ascoltare “Tears in Heaven”.


LA POESIA DEL GIORNO: “A SE STESSO” di Giacomo Leopardi.

Giacomo Leopardi non ha bisogno di presentazioni. Il poeta più sofferente e pessimista della storia della letteratura ci ha regalato, da quel dolore malato che caratterizzava ogni singola goccia del suo sangue, i versi più toccanti e arguti che, a mio umile parere, alcuno è più riuscito a eguagliare. In “A se stesso“, in particolare, Leopardi approda al pessimismo cosmico, dopo l’innamoramento folle e non ricambiato nei confronti di Fanny Targioni Tozzetti. L’ultima illusione che restava all’esistenza, l’amore, è caduta come tutte le altre, mostrandosi per la sua crudele verità. Non resta altro che ammetterlo, a se stesso, e crogiolarsi in un dolore disperato ma dignitoso, consapevole della sua importanza.

Malgrado la rassegnazione e la violenza dei suoi sentimenti, Leopardi reagisce con una poesia che, in alcuni periodi, è riuscita a dissetare anche ogni mio desiderio di rivalsa rispetto alla vita. Nell’accettare una verità dolorosa, Leopardi trova conforto e promette al suo cuore di non battere più.

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,

e l’infinita vanità del tutto.


UN PEZZETTO DI ME, tratto dal romanzo “Finalmente ti ho trovata”.

Al dolore si reagisce in modi differenti. Alcuni trovano conforto nell’arte, altri nella musica, altri nella poesia. Condividere il proprio dolore attraverso qualsiasi forma artistica riesce ad affievolire le proprie sofferenze, le proprie disgrazie. Non è una scelta, è una reazione involontaria. Quando sono straziata e delusa, scrivo. Scrivo e riesco, incastonando le lettere sulla pagina, a spurgare fuori una parte di veleno. E, forse, in questo processo catartico, riesco a regalare anche serenità a chi ha provato ciò di cui parlo e che credeva, sbagliando, di esser l’unica vittima del destino.

La frase che ho scelto è tratta dal mio romanzo, “Finalmente ti ho trovata”, edito Triskell Edizioni e riguarda la storia di Bruno, uno dei due protagonisti che descrive, dilaniato dai dolori della sua vita, le sensazioni che l’arrivo dell’estate provoca alle sue ferite dell’anima. La foto, invece, che ho scelto, raffigura una delle opere più incisive di Justin Novak.

h2QtmPwkxomr63mzLTcxMmrNo1_500<<L’aria è densa, questa mattina, sta arrivando l’estate.
La stessa estate che risveglia in me l’odore crudo e metallico delle mie ferite ancora sanguinolente.
Sono sulle gambe, sulle braccia, sul costato, in mezzo ai lombi.
Mi hanno sfregiato il corpo, la faccia, gli organi interni. E a ogni perdita, a ogni dolore, a ogni delusione, a ogni boccone amaro di consapevolezza, riescono a scavare in profondità, ancora più giù, ancora più dentro la mia carcassa, fino a segarmi anche il midollo incastonato nelle ossa.
Le sento tutte, d’estate, in ogni loro millimetrico strappo: friggono e bollono, nell’assordante calore di una Roma silenziosa. Una torcia umana, ecco cosa sono, che si schiaccia addosso tutto il suo dolore recitando con se stesso la parte del gaudente.>>


In sintesi, il dolore è una sensazione comune a tutti gli esseri umani. Ma, per alcuni, potrebbe diventare l’amico più fedele e sincero della propria vita. Esempi illustri dei maestri dell’arte, della musica e della letteratura, infatti, dimostrano che può esser fonte di grande ispirazione e condivisione. La cosa importante, quando si attraversa il regno del fuoco, è, quindi:

1) abbracciare il proprio dolore con dignità e reagire, disegnandone i contorni con sincerità;

2) accettare l’ingiustizia della propria sorte e non farsi sopraffare dalla rabbia o dal desiderio di rivarsa ma tentare di ricavarne bellezza, dolcezza e speranza;

3) trovare conforto nella consapevolezza della propria esperienza e nell’idea che ciò che si è sofferto è trascorso, è passato;

4) se non si riesce a resistere alla pena, tentare di condividerla con i propri amici, con i propri affetti o con se stessi, tramutando quella grandissima e profondissima solitudine interiore in comunicazione.


E, come al solito, vi lascio con il mio motto:

<<La differenza non la fanno gli altri. La fai tu.>>

A. Gray

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