Il tema del giorno: LE DONNE CHE HANNO DISTRUTTO LA MIA VITA.

Tema che prende spunto dall’interessante iniziativa di Io Scrittore, #DonneNeiLibri, e naturalmente riadattato al mio stile, è dedicato alle donne che hanno ispirato e, quindi, rovinato irreversibilmente la mia giovane esistenza. Sì, proprio così, perché senza una Lady Oscar a sguainar spade, probabilmente oggi mi ritroverei a sognare borsette di Hermès e stivaletti di Gucci e non a mostrare i denti per realizzare i miei sogni.

Le mie massime di vita si sarebbero ridotte a <<Domani è un altro giorno, si vedrà>> (Rossella O’Hara), <<Credo nel Rosa>> (Audrey Hepburn), <<La notte mi vesto di Chanel numero 5>> (Marilyn Monroe) e, dulcis in fundo, <<Pensa alla salute!>> (mia nonna). Ma, senza ombra di alcun dubbio, se così fossero andate le cose, la vita sarebbe stata più semplice. Più graziosa. Più amabilmente noiosa.

E invece no.


Il primo ringraziamento va a Giulietta Capuleti. Eh sì, avete capito bene. Quella Giulietta lì. Quella di:

O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre e rifiuta il tuo nome. O, se non vuoi, giura che mi ami e io non sarò più una Capuleti.”

Allora. Partiamo dalle basi. Per una singola notte di balletti e sbevucchiate, la cara Giulietta è pronta a rinnegare cognome, parenti e amici e gettarsi tra le braccia di un tizio ignoto, del quale giusto il nome ricorda. Insegnamento pericoloso del caro Shakespeare che non aveva messo in conto che, mentre le donne sognano il fatidico “sì”, gli uomini sono furbi e puntano sull’ipotetico “chissà”. E sono proprio gli esempi di queste impulsive donzelle ad aver rovinato l’esistenza amorosa a molteplici emulatrici incolpevoli.

ImmagineVi rimando, in questo caso, alla colonna sonora di uno dei film di Zeffirelli che hanno fatto la storia del cinema. Ladies and Gentlemen, solo per voi, tratto dal romanzo di Shakespeare, “Romeo e Giulietta, storia di un duplice suicidio”:

(Clicca sulla foto e goditi la scena del ballo del film di Zeffirelli).

E di fatto, alle molteplici emulatrici incolpevoli dico: non soffermatevi sull’inizio. Su quello, siamo buoni tutti. Se guardate anche la fine del film o dell’opera, vedrete che i due amanti non se la passano proprio bene nell’Ade.


Il secondo ringraziamento va proprio alla donna che ha terrorizzato la mia adolescenza: Jeanne le Perthius, protagonista di “Una vita” di Guy de Maupassant. Una di quelle che <<usciva dal convento, radiosa, piena di linfa e affamata di felicità>> e si ritrovava triste, desolata, disillusa e molto incazzata contro il suo deprimente immobilismo.

Immagine<<Viveva soprattutto nel passato, nel passato lontano, dove spaziavano i primi tempi della sua vita, e il suo viaggio di nozze, laggiù in Corsica. (…) Presto ogni movimento le divenne odioso, e restava a letto quanto più tardi le era possibile.>>

Insomma, più che Una vita, una Non vita, proprio quella che io non avrei voluto abbracciare. Così come quella miriade di strade semplici, lineari, quasi dovute che, raggiante e fiduciosa, dotata di quella speranza genuina di una rincoglionita che nulla sa dell’esistenza se non ciò che ha scorto da dietro le sbarre di una prigione, avrei dovuto percorrere secondo alcuni.

Fortunatamente è sopraggiunta lei, la sfigatissima Jeanne, a mostrarmi un futuro che più nefasto non avrei potuto immaginare. E la strada semplice è stata subitamente rimpiazzata da un entusiasmante dirupo scosceso e insidioso. Evvai!

(Se vuoi saperne di più clicca sulla foto e leggi un’esaustiva recensione di “Una vita”).


Il terzo ringraziamento va a Jo, una delle sorelle di “Piccole Donne”, il romanzo più famoso di Louisa May Alcott.

cin16La storia delle quattro sorelle è piuttosto nota: guerra di secessione, padre richiamato al fronte per combattere, la piccola pianista della casa, Beth, continuamente malata, madre preoccupata per le sorti delle quattro fanciulle, povertà e ristrettezze economiche.

Un incubo. E invece no! Perché arriva Jo, quindici anni appena compiuti, con il suo inarrestabile entusiasmo, la sua impudenza e la totale assenza di qualsiasi sprazzo di femminilità a dirti, in tutto questo bordello di disgrazia e miseria: “Io diventerò una scrittrice!” E la circostanza più disarmante è che ci riesce! E se rimorchia pure un letterato come lei! Grazie Jo, anche il tuo esempio ha contribuito a rovinare la mia esistenza! (Cliccate sulla foto per rosicare in una delle scene più belle del film tratto dal romanzo della Alcott).


Il quarto ringraziamento, ultima ma non ultima, va a una delle scrittrici che ho più amato nella mia vita: Jane Austen.

ImmagineO Jane, perché sei tu Jane? Nasci in un villaggio sperduto del sud-est dell’Inghilterra, sei la settima di otto figli, tuo padre fa pure il pastore anglicano (quindi è un bigotto o almeno deve far finta di esserlo) e tua madre sarà diventata una vacca isterica (e dopo 8 parti, vorrei anche giustificarla la povera donna!). E tu, povera, neanche troppo bella, totalmente priva di qualsiasi dote che si rispetti, ti innamori dell’unico uomo che non può sposarti e rimani zitella a vita. Ma nella tua casetta, ben protetta dalle male lingue del tempo, tempo nel quale le scrittrici-donne venivano considerate al pari delle meretrici, sforni romanzi di una forza e bellezza indiscutibile e riesci a “vivere della tua penna” malgrado il destino e gli eventi non ti abbiano agevolato il cammino. Sei una di quelle donne che mi ha insegnato a crederci, malgrado tutto, malgrado tutti, malgrado anche me stessa. Quindi non so se mandarti a quel paese o ringraziarti. Ma se son qui, e sono le tre di notte di sabato sera, un motivo ci deve pure essere.

A prescindere dalle sue meravigliose opere (che mi auspico vivamente che abbiate letto) vi rimando al trailer di un film che ho apprezzato profondamente, ispirato alla vita di Jane Austen prima di diventare Jane Austen: Becoming Jane.

(Clicca sulla foto in alto e goditi il trailer di Becoming Jane).


In sintesi.

Se continuo a battere sui tasti con lo stesso entusiasmo che avevo dieci anni fa, quando ho iniziato concretamente questo cammino e continuo a non esser intimorita dall’ipotesi di un doloroso fallimento, non è mia la colpa. Bensì loro. E di Lady Oscar. Ovviamente.


Vi saluto con il mio motto: <<La differenza non la fanno gli altri. La fai tu.>>

A. Gray

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